lunedì 1 giugno 2020

Recensione Chronicles of Covid-19 di Procolo Basile







 






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Cronaca e opinioni riguardo la società italiana ai tempi del Corona Virus


RECENSIONE
Ed ecco che il mondo si ferma. Coronavirus. Si tratta proprio del “re” dei virus. Il dolore si fa pelle sul volto della gente. Non c’è più rumore fuori. Esiste soltanto il rumore assordante del silenzio. Un silenzio, quello del deserto delle città, dei paesi, delle strade… e sembra persino che il ticchettio degli orologi che scandiscono il tempo voglia fermarsi come simbolo di nobile rispetto a chi soffre senza fine. Già, perché Coronavirus è sofferenza, disperazione. Un invisibile nemico che si annida ad ogni angolo: sulla superficie di un oggetto, nell’aria che respiriamo, ma soprattutto si nasconde nelle cose più belle… negli abbracci, nelle carezze, nei baci, nei respiri che vicini si scaldano per tenersi compagnia, ma che potrebbero portare alla fine dei nostri giorni.

E dopo lotte, battaglie, rivoluzioni, guerre mondiali, la povertà nel mondo, lo scioglimento dei ghiacciai, la scomparsa di intere città, l’inquinamento universale… Ecco che il 2020, un anno che tutti speravano avrebbe portato qualcosa di buono, sembra essersi dimostrato l’anno della resa dei conti, l’anno dell’Apocalisse, l’anno della morte!

Già, perché se accendiamo la televisione, ascoltiamo la radio o viaggiamo su internet il mondo piange… dalla Cina, passando per l’America, Germania, Londra e tutte le altre nazioni fino a giungere all’Italia, diventata ormai focolaio del virus. Ed ecco che tutto l’universo appare come un film di fantascienza che prima potevamo smettere di guardare spegnendo la televisione, ma che ora viviamo come una cruda e spietata realtà.

Uffici bloccati, titolari di attività commerciali che “massacrati” dalla crisi che incombe, devono persino chiudere per non rischiare di fomentare l’onda del contagio. Le regole da seguire sono ferree, ma tutto il mondo ha come sola via di scampo un rigoroso isolamento. Un metro di distanza l’uno dall’altra, non uscire di casa se non per estrema necessità o urgenza (spesa, motivi di salute e lavoro). E anche se non usciamo, dobbiamo mantenere le dovute distante anche tra i familiari stretti all’interno delle abitazioni. E che grande dolore rappresenta per le mamme, i papà e i nonni non poter coccolare figli e nipoti.

Ma la preoccupazione di portare contagio rafforza la convinzione di questa imposta distanza. Gel, disinfettanti, guanti, mascherine, amuchina, alcool con prezzi saliti alle stelle diventano così il “pane” dei nostri giorni. E quando di notte cerchi di addormentarti (che è veramente dura vista l’angoscia che trasuda dal mondo) non continui altro che a fare incubi pieni di devastante morte travestita non più con la falce, ma con mascherina e guanti.

E poi però esiste anche il portatore asintomatico, il cosiddetto portatore sano che alla fine potrebbe essere il nemico più silenzioso e fatale… potrebbe giungere dalle persone più anziane affette da gravi patologie, che a causa del tremendo virus che attacca le vie respiratorie, rischierebbero di non cavarci le gambe.

Un mondo che si ferma, dove alle fine si fa ritorno a un modo di vivere quasi arcaico. Vivere in casa come una volta. Riscoprire il vero senso della famiglia, quando invece per troppa fretta non ci siamo accorti di quanto fosse veramente lungo un giorno. E in un universo che lotta dalla mattina alla sera, si fa colazione, si pranza e si cena a dovuta distanza e poi per fugare la disperazione dell’attesa (pregando che alla fine vada tutto bene), ci si affaccia alla finestra o al balcone e si inizia a cantare a squarciagola. C’è anche chi suona uno strumento, chi fa ballare i bambini, chi saluta con la mano, chi scopre per la prima volta il nome o il volto del vicino di casa, chi manda baci nel vento come se viaggiassero sulle ali della speranza… quella speranza che alla fine quando tutto finalmente finirà potremo riabbracciarci e amarci più di prima.

E in tutto questo supplizio, mentre la gente aspetta semplicemente seduta sul divano che la “terza guerra mondiale” possa concludersi a lieto fine, dall’altra parte c’è chi lavora sodo giorno e notte!

I medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario mondiale ci mette la faccia munito di mascherine, divise da lavoro e guanti… mentre il loro sudore si mescola alle lacrime della rabbia, della paura e della disperazione di non poter salvare tutte quelle vite e quando l’ennesimo respiro si spegne, per loro è una grave sconfitta che peserà in eterno come un macigno fra anima e cuore.

E lo strazio continua se clicchiamo sul telecomando della televisione o sullo schermo di un computer: vediamo bambini con le mascherine (ma purtroppo non è carnevale), anziani, giovani e persone di mezza età attendere fuori dai supermercati in attesa del loro turno per entrare a comprare gli alimenti per sopravvivere e sconfiggere più forti il nemico.

E così vale anche per le farmacie, le panetterie o qualsiasi altro negozio che vende beni di prima necessità. Possono entrare soltanto una o due persone a turno. Niente sovraffollamento. Il sovraffollamento significa morte. E quella morte che ci fa da vicina di casa ci deve trovare vivi e sempre più coraggiosi.

Già, grazie ai messaggi mandati in onda alla televisione e pubblicati su internet tramite foto di cartelloni e bandiere con su il tricolore italiano e tanti arcobaleni di pace e speranza. Un arcobaleno persino sul pannolino di un bambino appena nato.

Perché l’Italia ha superato tante tempeste, e deve superare anche questa, che è forse una tra le più grandi in assoluto. E così l’Italia e il mondo si uniscono attraverso il web con l’hashtag #iorestoacasa e #andràtuttobene, perché in fondo la fiducia nella speranza è la vera poesia della vita.

E perché anche tu lo stesso ragazzo di periferia (ma di fronte al grande nemico non sei niente nemmeno tu) che scrivi questo “racconto” di vita attuale ti sei ritrovato a vivere e a narrare l’odissea di un dolore fatto di cifre che ogni giorno salgono vertiginosamente a partire da tutto il mondo per giungere all’Italia. Numeri che non fanno altro che rappresentare perdite di vite. Sì, vite in pericolo, vite che se ne vanno, sembrano solo numeri in continuo aggiornamento nella frenetica voglia di pubblicare e informare, mentre invece se ti soffermi a pensare davvero a cosa vuol dire fare il giornalista in una catastrofe umana come questa, allora daresti ragione al cuore e non alla penna.

Spegneresti il computer e il cellulare, e ti affacceresti alla finestra per gridare al cielo tutto il dolore che hai dentro! Sì, ti affacci e gridi con tutto te stesso, ma poi alla fine la tua umile missione è tornare alla scrivania e riprendere a scrivere i tragici dati di una pandemia senza fine. E scrivendo ti senti così piccolo di fronte a tutti quei medici e infermieri che rischiano la vita per continuare a far respirare il mondo di speranza.

Così, tu, scribacchino, non puoi far altro che macchiare ancora una volta la carta con il sangue del delitto di un folle e miserabile assassino chiamato Coronavirus e adesso mentre i dati sono iniziati a scendere un sospiro di sollievo vola per diventare un sorriso a fior di labbra.
Tu, ragazzo italiano di periferia hai stilato un vero diario di bordo momento dopo momento per lasciare testimonianza scritta di questo periodo buio e tragico a livello mondiale.

Dal primo contagio, alle emozioni, alle lacrime, ai sospiri di sollievo, alle riflessioni, ai sorrisi di incoraggiamento, alle restrizioni dei decreti governativi fino alla gestione dell’emergenza. Tutto rivissuto in poche ma intense pagine di un racconto chiamato piaga e dolore, ma che corre repentino tra i binari della vita cercando di sconfiggere la morte.    




Francesca Ghiribelli





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